Lingue & Apprendimento
Quale lingua conviene imparare dopo l'inglese (per lavoro, in Italia)
L’inglese ormai si dà per scontato: non è più un vantaggio, è un requisito. La vera domanda, per un professionista italiano, è quale lingua imparare dopo. E la risposta non è “la più facile” né “la più parlata”: dipende da cosa vuoi che faccia per te. Vediamo le quattro candidate, con i numeri e senza illusioni.
Prima regola: scegli in base all’obiettivo, non alla moda
Una seconda lingua può darti tre cose diverse: differenziazione (poche persone la sanno, quindi spicchi), portata (tantissimi parlanti, quindi apri mercati) o prossimità (vicini di casa e istituzioni con cui l’Italia lavora ogni giorno). Lingue diverse danno cose diverse. Decidi prima quale ti serve, poi scegli.
Tedesco: il ritorno sull’investimento più alto
Il dato che pochi considerano: la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia, con oltre l’11% delle nostre esportazioni, ed è il primo partner di diciannove Paesi europei. È il centro di gravità del commercio europeo. Eppure pochissimi italiani lo parlano davvero.
Questa combinazione, domanda alta e offerta scarsa, è esattamente ciò che rende una competenza preziosa. Ha fama di essere difficile, ma per un italiano è più abbordabile di quanto sembri (ne parliamo a parte). Se cerchi differenziazione e un ritorno concreto sul mercato del lavoro, il tedesco è la scommessa migliore.
Spagnolo: la portata enorme, il valore da CV più basso
Lo spagnolo è la lingua che gli italiani imparano più volentieri, e per un buon motivo: è simile, si arriva in fretta a capirsi. Conta circa mezzo miliardo di parlanti tra Spagna e America Latina, una portata enorme. Ma proprio qui sta il paradosso.
Siccome è facile e tanti lo masticano, saperlo a livello base non ti distingue da nessuno. Come apertura verso mercati e relazioni è ottimo; come riga su un curriculum vale poco, a meno che tu non lo porti a un livello alto e pulito, cosa che quasi nessuno fa. Sullo spagnolo, il vantaggio sta nel padroneggiarlo, non nel cavarsela.
Francese: il solido tuttofare
Il francese è il vicino con cui l’Italia lavora da sempre: confine comune, istituzioni europee, e una presenza enorme in Africa francofona, l’area a più rapida crescita demografica del pianeta. Per un italiano la difficoltà è media.
Non spicca per differenziazione come il tedesco né per portata come lo spagnolo, ma è la scelta equilibrata: utile in Europa, nelle istituzioni e in mercati in espansione. Se non hai un obiettivo specifico e vuoi una lingua che serva un po’ ovunque, il francese è la risposta sicura.
Cinese: il lungo gioco, per chi ha una ragione precisa
Il cinese è la scommessa più ambiziosa e più costosa in termini di tempo. La Cina è uno dei principali fornitori dell’Italia, e parlarne la lingua è un differenziatore fortissimo, perché pochissimi lo fanno. Ma serve onestà: richiede anni, non mesi, e l’entusiasmo da “tutti dovrebbero imparare il cinese” si è raffreddato. Ha senso se hai una ragione concreta, un settore, un’azienda, un progetto di vita, non come scommessa generica. Ne parliamo senza retorica in un articolo dedicato.
La risposta breve
Se vuoi il ritorno più concreto sul lavoro in Italia: tedesco. Se vuoi portata e relazioni, e sei disposto a portarlo a un livello vero: spagnolo. Se vuoi una scelta equilibrata e sicura: francese. Se hai una ragione precisa e tempo da investire: cinese.
L’inglese ti mette in gioco; la seconda lingua ti distingue. Ma solo se la scegli con un criterio e la porti abbastanza in là da contare. Decidi cosa ti serve, differenziazione, portata o prossimità, e parti da lì. Il resto è chiacchiera da aperitivo.
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