Executive & Lavoro
Inglese al lavoro: il divario tra il B2 sul curriculum e la riunione con Londra
Il curriculum dice: “Ottima conoscenza della lingua inglese.”
Poi arriva la conference call con il team di Londra e per 45 minuti sorridi, annuisci e ogni tanto dici “Yes, absolutely” sperando di non venire interrogato su nulla di specifico.
Nessuno è immune. E il problema non è quasi mai la grammatica.
L’inglese da lavoro che non si insegna a scuola
C’è una distanza significativa tra “l’inglese che so” e “l’inglese che mi serve in un contesto professionale.” Questa distanza ha poco a che fare con le regole grammaticali. Ha tutto a che fare con tre cose specifiche.
Il registro. Come ti rivolgi via email a qualcuno che non hai mai incontrato? Come disaccordi educatamente con un collega senior in una riunione? Come scrivi un oggetto di email che venga aperto anziché ignorato? Queste sono convenzioni non scritte che richiedono esposizione a contesti reali, non esercizi su un manuale.
La gestione del turno di parola. Nelle riunioni in presenza, i segnali non verbali aiutano. In una conference call con dieci persone da cinque paesi diversi, quei segnali non esistono. Prendere la parola, cedere la parola, chiedere un chiarimento senza sembrare di non aver ascoltato: sono competenze specifiche. Si imparano. Non vengono naturali.
La struttura del pensiero. In inglese professionale, si va al punto subito. La costruzione narrativa tipicamente italiana, quella in cui si parte dal contesto, poi il retroscena, poi finalmente la proposta, funziona meno bene in un contesto anglosassone. Non è meglio o peggio. È diverso. Chi non lo sa perde l’attenzione della platea prima di arrivare al punto.
Le situazioni ad alto impatto
Email professionali. Non basta scrivere frasi corrette. “I hope this email finds you well” è grammaticalmente perfetto e comunica esattamente zero. L’email in inglese ha formule di apertura, struttura e chiusura che variano con il contesto e il destinatario. “I’m writing to follow up on…” è diverso da “Just wanted to check in on…” che è diverso da “Further to our conversation…” Usarle a caso suona brusco, eccessivamente formale o generico, anche senza errori grammaticali.
Presentazioni. La struttura classica anglosassone: dì cosa dirai, dillo, ricorda cosa hai detto. In pratica, la maggior parte delle presentazioni in inglese che vediamo nelle sessioni con aziende italiane inizia con cinque minuti di contesto che nessuno ha chiesto. Arrivare al punto in 30 secondi è una competenza che si allena, non un talento naturale.
Negoziazioni. Hedging, escalation, concessione, chiusura: ogni fase ha un registro linguistico specifico. “I’m afraid that might be difficult” significa no. “We’d be open to exploring options” significa forse. Capire queste sfumature, e saperle usare, fa differenza reale.
Perché il B2 Cambridge non è sufficiente (da solo)
Avere una certificazione è un ottimo punto di partenza. Non è un punto di arrivo.
Una certificazione misura la competenza generale. Non misura la capacità di gestire una trattativa commerciale in inglese, o di presentare risultati trimestrali a un board internazionale, o di scrivere un’email che convinca il destinatario a rispondere.
Queste competenze si sviluppano con pratica deliberata su contesti specifici. Non con altri anni di grammatica generale.
Lavoriamo con aziende e professionisti in tutta Italia, da Siena a Milano, in presenza, online e in formato ibrido. In molti casi il punto di partenza è una mappatura onesta: capire quali sono esattamente le situazioni in cui l’inglese crea attrito, e lavorare su quelle. Non su tutto. Su quello che conta.
L’accento non è il problema
Ultima cosa, perché la sentiamo spesso: l’accento italiano in inglese non è un problema. È parte dell’identità professionale. Moltissimi comunicatori internazionali tra i più efficaci hanno un accento marcato.
Il problema non è come suoni. È la chiarezza con cui strutturi il pensiero, la sicurezza con cui prendi la parola e la precisione con cui esprimi quello che vuoi dire.
Su quello si può lavorare. E la differenza si sente.
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