Coaching & Crescita

L'errore di aspettare la motivazione

Un paio di scarpe da corsa consumate accanto a una porta aperta con la luce del mattino che entra
non aspettare di sentirti pronto, esci e basta

“Inizierò quando mi sento motivato.” È la frase con cui muoiono più sogni di qualsiasi altra. Suona ragionevole, persino saggia: aspettare lo slancio giusto, il momento in cui finalmente avrai voglia di studiare, allenarti, cambiare. Il problema è che quel momento, per come funziona la mente umana, non arriva quasi mai. E chi lo aspetta, aspetta per sempre.

Abbiamo invertito l’ordine

Crediamo che funzioni così: prima arriva la motivazione, poi l’azione. Mi sento ispirato, quindi faccio. In realtà, il più delle volte, è il contrario. Prima si agisce, anche controvoglia, e la motivazione arriva dopo, come conseguenza del fare, non come premessa.

Chiunque sia andato a correre senza averne voglia conosce la sensazione: i primi passi sono una tortura, e poi, a metà strada, ti accorgi che stai bene. La voglia è arrivata correndo, non prima di correre.

La motivazione è un’onda, non un motore

Il secondo errore è pensare alla motivazione come a qualcosa di costante, un serbatoio che o è pieno o è vuoto. Non lo è. È un’onda: va e viene, e nessuno, nemmeno le persone più determinate, la sente tutti i giorni.

La differenza tra chi ottiene risultati e chi no non è che i primi sono sempre motivati. È che hanno smesso di dipendere dalla motivazione. Hanno costruito qualcosa di più affidabile: l’abitudine.

Il trucco dei due minuti

C’è un modo pratico per ingannare la resistenza. Quando un compito ti pesa, non promettere a te stesso di farlo tutto: prometti due minuti. Apri il libro e leggi una pagina. Fai un esercizio solo. Quasi sempre, una volta partito, continui, perché la parte difficile non era fare la cosa, era iniziarla.

E se anche ti fermi dopo due minuti, hai comunque vinto: hai spezzato l’inerzia, e domani ricominciare costerà meno. Il segreto non è trovare la forza di scalare la montagna. È fare il primo passo abbastanza piccolo da non poterti spaventare.

Perché questo cambia tutto, per chi studia

Imparare una lingua, prepararsi a un esame, costruire una competenza: sono tutte cose che richiedono di presentarsi, regolarmente, anche nei giorni in cui non hai voglia. E i giorni senza voglia saranno la maggioranza.

Chi lega lo studio alla motivazione studia a singhiozzo e poi molla. Chi lo lega all’abitudine, allo “faccio comunque, due minuti”, va avanti, e a fine anno la differenza tra i due è abissale. Non perché uno fosse più appassionato. Perché uno ha smesso di aspettare di avere voglia.

La motivazione è meravigliosa quando c’è, e va sfruttata. Ma costruirci sopra qualcosa di duraturo è come costruire una casa sulla sabbia. Quello che regge è l’abitudine, e l’abitudine nasce da un gesto piccolo, ripetuto, soprattutto nei giorni storti. Smetti di aspettare di sentirti pronto. Inizia controvoglia, due minuti. La voglia, se mai arriverà, ti raggiungerà per strada. E se non arriva, pazienza: sarai andato avanti lo stesso, ed è quello che conta.

Vuoi applicare quello che hai letto?

Scopri i percorsi di coaching