Coaching & Crescita
Più sali, più sei solo
C’è un paradosso che pochi raccontano: più una persona ha successo, più diventa difficile, per lei, trovare qualcuno con cui pensare ad alta voce. Un amministratore delegato non può confidare i suoi dubbi al consiglio, né scaricare le sue paure sul team che deve guidare. Ai loro occhi deve avere le risposte. E così, spesso, chi sta in cima si ritrova a portare il peso più grande nel modo più solitario. È qui che entra il coaching, e non per i motivi che immagini.
La trappola di chi deve avere ragione
Salendo, le persone smettono di dirti la verità. I collaboratori filtrano, addolciscono, ti dicono quello che pensano tu voglia sentire. È umano, ma è una trappola: più sali, meno feedback onesto ricevi, proprio quando le tue decisioni pesano di più.
Ti ritrovi circondato di consenso e affamato di sincerità. Un buon coach è una delle poche persone che non ha nulla da guadagnare nel compiacerti, e può quindi dirti quello che gli altri non osano.
Non è terapia, non è consulenza
Mettiamo ordine, perché si fa confusione. Un consulente ti porta competenze tecniche e ti dice cosa fare in un’area specifica. Un terapeuta lavora sul tuo benessere, spesso guardando al passato. Il coaching è un’altra cosa ancora: lavora sul presente e sul futuro, sul come pensi e decidi, non su cosa decidere.
Non ti dà la soluzione: ti rende un risolutore migliore. Per un leader, è la differenza tra ricevere un pesce e affinare il proprio modo di pescare.
Le domande che un leader non si fa più
Chi guida è travolto dal fare. Riunioni, decisioni, urgenze: il tempo per fermarsi a pensare semplicemente non c’è. Il coaching crea quello spazio, e lo riempie con le domande giuste. “Questa decisione la stai prendendo per i motivi giusti, o per abitudine?” “Cosa stai evitando di affrontare?” “Il tuo modo di guidare oggi è ancora quello che ti serve, o è quello che ti ha portato fin qui?”
Sono domande scomode, ed è precisamente per questo che servono.
Perché i migliori lo fanno
C’è un dettaglio che dice tutto: il coaching, ai livelli alti, non è il rimedio di chi è in difficoltà. È lo strumento di chi vuole continuare a migliorare. Gli atleti più forti del mondo hanno un allenatore, non perché non sappiano giocare, ma perché sanno che nessuno migliora da solo, guardandosi da dentro.
Per un dirigente vale lo stesso. Chi pensa di non averne bisogno, di solito, è proprio chi ne avrebbe di più.
La solitudine di chi comanda non è un difetto del carattere: è una conseguenza del ruolo. Più sali, meno persone possono permettersi di esserti specchio. Un coach è quello specchio, onesto e senza secondi fini. Non ti rende meno solo nel decidere, quella responsabilità resta tua. Ma ti dà, finalmente, qualcuno con cui pensare. E per chi porta pesi grandi, a volte è esattamente ciò che mancava.
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